sabato, 21 ottobre 06 08:57
Questo numero

Dello stupro si dice – quando si viene a sapere – che non c’è da creare allarme. Oppure che è opera di persone diverse da noi. E poi si elencano le circostanze (che partono dai vestiti e dall’incauta provocazione della vittima) e infine si arriva al lunghissimo capitolo delle attenuanti: la bestialità della guerra, l’odio etnico, la cultura del branco...
Quando si parla di una donna stuprata, «circostanze e attenuanti» occupano il più grande scaffale nella biblioteca delle parole declamate dagli uomini maschi, dove si trova il disagio, la colpa, l’imbarazzo, ma anche la jattanza.
Dall’altra parte ci sono le voci prima sussurrate e oggi anche gridate che hanno portato a superare la vergogna, a sfidare, a imporre leggi e pene. Ma quando leggerete il mappamondo di quello che avviene oggi sulla Terra, troverete i numeri e le statistiche che non avreste mai immaginato.
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Questo nostro numero speciale di Diario intitolato «Stupro» è stato ideato da Marina Morpurgo e Assunta Sarlo alla fine di agosto ( eravamo allora in uno dei periodici allarmi di «emergenza», città deserte e alieni tra di noi), con l’intento di raccontare, far conoscere quanto c’è sotto le ondate di parole. Ma anche di segnalare le buone intenzioni: una nuova legge che fa onore alla Spagna, per esempio, o quanto di riflessione profonda è già emerso e sta emergendo.
Accanto, troverete le storie, spesso tenute segrete oppure sepolte, molte volte tragedie collettive su cui però si è modellata la nostra vita moderna, dalla Berlino del 1945, alla Nanchino del 1937, alla nostra Ciociaria delle «marocchinate» nel 1944, all’Algeria di appena ieri, passando dalla Bosnia e dall’Iraq. Quelle storie in cui soldati o militanti cominciarono la violenza su una donna che era una donna e la continuarono contro quella stessa donna che era diventata un nemico, poi un simbolo, poi un fantasma e alla fine il nulla, o il vuoto. Fino alla biografia di una prigione, di un collare, di un cane e di una minuta soldatessa americana in tuta mimetica nella prigione irachena di Abu Ghraib, una storia che parte in un piccolo paese e giunge alle conclusioni più imprevedibili.
Nel corso del lavoro abbiamo ricevuto la visita di Ico Gasparri, un fotografo che ci ha portato un documento prezioso: la fotografia dei corpi pubblicitari delle donne sui muri di Milano, da 17 anni fa ad oggi. Le sue fotografie formano un racconto che scorre attraverso (quasi) tutte le pagine del giornale, un caso che farà riflettere su quanto di violento ci sia nei «creativi» che devono trovare l’argomento giusto per ottenere buoni risultati sul mercato: donne come oggetti da usare, oggetti disponibili, soggetti consenzienti che poi, come accade per i soldati in guerra, si trasformano in simboli e poi scivolano per il nulla e infine nel vuoto davanti al quale tutto è permesso. Accanto ci sono muri di case, automobili che passano, gente che torna a casa. Certe volte i maschi sono bombardati da grandi promesse, grandi come i bottini di guerra dei soldati.
Poi c’è la strana storia di quegli scimpazè che poco più di un milione di anni fa decisero di fare l’amore e non la guerra; l’accademica disputa dei barbogi della Cassazione che discettarono a lungo sulla lampo dei jeans e molte altre cose che stanno tra l’immaginario e la cronaca, nelle strade e nelle case, dove si nasconde la grossa parte della violenza, terrorismo domestico lo chiamano in Spagna. In questo numero parlano gli uomini (di buona volontà) e le donne, le storiche, le femministe, le soccorritrici, le artiste.
In ultimo: un secondo registro di immagini – volti e corpi di donne nella storia della pittura scelti da Andrea Jacchia – accompagna il nastro fotografico di Ico Gasparri. Al numero, che per la parte grafica è stato curato da Maurizio Garofalo e Olga Bachschmidt, ha lavorato l’intera redazione di Diario.
Enrico Deaglio


