Equoblog

Un blog equo e solidale

12 novembre Verona, un'asta per i bambini etiopi

Ecco alcuni stralci di una mail di Franco Foschi, pediatra e scrittore bolognese, alla Wu Ming Fundation. Segue la risposta.

[Franco Foschi:] Sono un pediatra e scrittore bolognese, che tra i vari impegni ne gestisce uno un po' speciale. Assieme ad alcuni altri amici anni fa ho costituito una piccola onlus, nata originariamente per aiutare un giovane medico della nostra città che operava in ospedali rurali in Etiopia e Zimbabwe. Le cose, dopo alcuni anni, sono cambiate: il giovane medico ha ora un figlio in età scolare, e anche se a malincuore ha dovuto scegliere il ritorno a casa per offrire al figlio opportunità scolastiche che "laggiù" non erano nemmeno ipotizzabili. In ogni caso abbiamo deciso di lavorare ancora per l'Africa [...]: abbiamo conservato, perse le specificità medico-sanitarie, le attività filantropiche e umanitarie, attualmente molto caratterizzate – garantiamo infatti gli studi a 50 bambini etiopi della provincia rurale di Soddo, altrimenti impossibilitati a frequentare le scuole.
Quando l'anno scorso i responsabili del Festival di letteratura "PordenoneLegge" mi fecero la proposta che ora vi descriverò, mi sembrò particolarmente calzante al tipo di intervento che cerchiamo di svolgere in Etiopia. Si trattava infatti di organizzare un'asta pubblica di libri, regalati da scrittori o altri personaggi popolari, i quali dovevano farmi arrivare un libro da loro molto amato, col quale erano cresciuti, che ritenevano importante. Nel frontespizio interno dovevano scrivere un pensiero su tale libro, autografato, e l'autorevole firma avrebbe reso più intrigante l'asta per i lettori affezionati.
Quale migliore veicolo dei libri per raccogliere soldi a favore dell'istruzione?
L'adesione è stata veramente buona, sono arrivati circa 80 libri delle firme più prestigiose della letteratura e dello spettacolo italiani. L'asta, condotta con verve dai Gemelli Ruggeri, è stata un successo: in poco più di un'ora sono stati venduti i libri donati da Benni, Camilleri, Guccini, Lucarelli e via via tutti gli altri per un ricavo di circa 1550 euro – eravamo già a posto per 10 bambini! Naturalmente, i 5 che siamo, cerchiamo di organizzare vari eventi durante l'anno per garantire i 50 sostegni, ma niente ci vieta, se le nostre attività prendessero sempre più piede, di aumentare questo numero, che ora rappresenta il massimo che ci possiamo permettere.
Sta di fatto che anche quest'anno è arrivata la medesima proposta, cioè ripetere l'esperienza con i libri: quest'anno però l'asta si terrà il 12 Novembre a Verona, durante la Fiera della Piccola editoria presso il Teatro Comunale di piazza Bra, di fronte all'Arena. Ho già preso contatti con alcuni popolari personaggi dello spettacolo, che forse in più di uno verranno ad animare l'asta. Ora tocca a voi inviarmi se volete un libro con le caratteristiche di cui sopra.
Ancora una cosa mi sento di dire a tutti, per rassicurazione e chiarezza. Abbiamo più volte sentito parlare, purtroppo, di iniziative filantropiche false, di personaggi dediti alla truffa. Per quanto riguarda me e la mia piccola onlus, vi assicuro che i soldi vengono portati da noi personalmente, a mano, due volte all'anno (primavera e ottobre) alla responsabile che a Soddo gestisce il servizio – per farvi un esempio: ci siamo informati, se facessimo un trasferimento via banca, la banca etiope si terrebbe il 30% del versato! [...] Insomma, state tranquilli che i soldi ricavati dalla vostra partecipazione andranno a buon fine.

[WM:] Quest'anno partecipiamo anche noi. Abbiamo dato a Franco quattro libri, da noi "marcati" con scritte, vecchi timbri blissettiani, adesivi, foglietti allegati, e in un caso addirittura un cd infilato in una busta di carta incollata alla copertina. Si tratta di:
- "La presa di Macallè" di Andrea Camilleri;
- "Danse Macabre" di Stephen King;
- "Straniero in terra straniera" di Robert A. Heinlein;
- "Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi" di Giuseppe Fiori.
Se uno qualsiasi di questi libri viene comprato all'asta da un/a giapster per una cifra superiore ai centocinquanta euro, ce lo faccia sapere: gli/le spediremo una copia (ancora incellophanata) del cd "Luther Blissett: The Open Pop Star" (WOT4, 2000).

www.wumingfoundation.com

24 ore contro la censura su internet



Reporters sans frontières organizza dalle 11 di questa mattina, 7 novembre, fino alle 11 di domani, una mobilitazione contro la repressione e la censura. Nel mondo, più di 60 cyberdissidenti sono imprigionati per aver espresso le proprie opinioni sulla rete.

Tutti siamo invitati a rifiutare la censura e testimoniare il nostro appoggio alle sue vittime, basta entrare nella giornata di oggi e fino alle 11 di domani sul sito di Rsf. Vi si trova un planisfero interattivo con i 13 nemici di internet nel mondo, ciccando si potranno far scomparire i "buchi neri" del web. Ogni click modifica l'aspetto del planisfero. L'obiettivo? Ristabilire simbolicamente in 24 la rete nei paesi che la censurano e denunciare con più forza le censure a uno spazio che dovrebbe essere espressione di libertà.


Appello per l'acqua pubblica in Lombardia



Questo Appello è rivolto in particolare a tutti i consiglieri comunali e provinciali della Lombardia, ai sindaci e presidenti di province lombarde, all’Unione delle Province Lombarde (UPL), ma anche agli eletti di tutte le istituzioni locali italiane, in quanto riteniamo che quanto è in gioco in Lombardia peserà su tutta la politica nazionale in materia di gestione dei servizi idrici.
Con questo Appello, come Contratto Mondiale sull’Acqua chiediamo a tutti di esprimersi, far conoscere la propria opinione, prendere impegni coerenti con quanto sostenuto in molte occasioni e con quanto si va affermando nel Governo nazionale.

L’informativa
Con l’ultimo atto del Consiglio dei Ministri, che ha impugnato per incostituzionalità la legge della Regione Lombardia n. 18/2006 sui servizi pubblici locali, si fa un ulteriore passo verso l’affermazione della natura pubblica del servizio idrico italiano, sia nella proprietà che nella
gestione.
E’ bene elencare i passi fatti finora dalla coalizione governativa:
- L’affermazione scritta nel programma elettorale dell’Unione che l’acqua è pubblica nella proprietà e nella gestione.
- La proroga al 31 Dicembre 2007 della scadenza posta dalla legge nazionale per l’affidamento dei servizi idrici a livello di ATO.
- Il disegno di legge c.d. Lanzillotta che esclude le reti e il servizio idrico dalle liberalizzazioni.
- L’impugnativa alla legge regionale della Lombardia.
Se le parole hanno un senso, questi atti vanno tutti in un’unica direzione, quella di sottrarre l’acqua alle privatizzazioni, anzi: con quanto detto e scritto dalla maggioranza si può dire che nel nostro paese è fatto divieto di ricorrere alla gestione privata dei servizi idrici.
Ma siccome la legge lombarda va in tutt’altra direzione e non verrà fermata dall’impugnativa dei Ministri, si viene a creare nel nostro paese un pericoloso precedente, si palesa una complessa
situazione legislativa, una macroscopica incertezza del diritto per tutti gli enti locali e per tutti i cittadini su una materia di principio, come quella della natura giuridica di un bene comune e di un diritto imprescrittibile come l’acqua e i servizi che ne garantiscono l’accesso.

Due parole sulla legge regionale della Lombardia
La legge lombarda obbliga gli ATO provinciali a privatizzare i propri servizi idrici attraverso la messa a gara obbligata del servizio di erogazione. Concepita in sordina, nella calura del fine luglio-inizio agosto, mesi degli agguati istituzionali, nella regione economicamente più importante, la legge prospetta colossali fusioni societarie tra SpA a capitale pubblico e private: AEM, MM, ASM, AMSA, ecc…, è perciò un qualcosa che viene calato come un maglio sui percorsi legislativi in atto a livello nazionale, con il duplice intento: di vanificare i passi intrapresi finora dal governo dell’Unione e creare un colossale precedente per tutta l’Italia.
Con quanto scritto nella legge regionale si può dire che in Lombardia è fatto divieto di ricorrere alla gestione pubblica dei servizi idrici.
Un bel contrasto con quanto matura a livello nazionale.
La legge perciò si presenta come una pesante offensiva politica delle multiutility italiane: ACEA, HERA, ASM, AMGA,… e internazionali: SUEZ, VEOLIA, …, delle banche: Intesa, Fideuram (quella che si è comprata la pubblicità su tutti i maggiori giornali italiani per dire che l’acqua sarà il business del futuro prossimo), Monte dei Paschi di Siena… e dei soliti affaristi all’italiana Caltagirone e soci.
La legge è incostituzionale e in palese contrasto con la legge Galli e con le modifiche introdotte con le finanziarie al Testo Unico sui servizi locali. E in generale è in contrasto con tutta la legislazione nazionale ed europea esistente, dal momento che non vi è alcuna altra norma che obbliga ad andare a gara per privatizzare.

I contrasti di legittimità e costituzionalità della legge lombarda si sostanziano in almeno tre questioni di fondo:
1) L’invenzione dell’erogazione.
Illecita ed incostituzionale è l’introduzione di tale concetto.
E’ fatta al solo scopo di aggirare tutte le legislazioni esistenti, le quali pur essendo fortemente caratterizzate in senso liberista, non obbligano mai alla privatizzazione, ma nella peggiore delle ipotesi parlano di proprietà pubblica e di affidamento della gestione che può avvenire secondo tre modalità: con gara che privatizza totalmente, con gara che privatizza almeno il 40% del pacchetto azionario o con società totalmente pubblica attraverso l’affidamento “in house”.
Tutte le regioni italiane nel legiferare si sono mosse dentro questi vincoli nazionali.
Invece la Lombardia, unico caso al mondo, accanto alla proprietà e alla gestione, si inventa una ulteriore divisione, quella dell’erogazione del servizio che, a detta della Regione, può e deve essere esclusivamente privata. La sottile differenza tra la gestione e l’erogazione del servizio, è un incredibile mistero. Siamo quindi di fronte ad un vero e proprio imbroglio.

2) L’obbligatorietà alla privatizzazione.
Illecita ed altrettanto incostituzionale. Nessuna regione può obbligare gli ATO a privatizzare i servizi idrici, limitandone i poteri, e non
può porsi in contrasto con la legge nazionale. Invece la Regione Lombardia fa obbligo a tutti gli ATO provinciali di mettere a gara
l’erogazione, fatto salvo per l’ATO della città di Milano.
Un attacco diretto oltretutto a quegli ATO, come quello della provincia di Lodi, che hanno espresso chiaramente la volontà di gestire in house il proprio servizio idrico.

3) La questione di Milano città.
La legge regionale lombarda fa una deroga all’obbligatorietà solo per l’ATO della città di Milano e questo per il semplice fatto che nel disegno di Letizia Moratti e di Formigoni, il servizio idrico della città deve essere privatizzato non tramite gara ma tramite assorbimento di
MM (dove sta parcheggiata l’acqua) da parte di AEM.

Il problema posto dall’iniziativa della Regione Lombardia va quindi al cuore di un problema che è costituzionale e di cultura giuridica.
Pone la questione: l’acqua, il diritto al suo accesso, le modalità con le quali vengono garantiti questo diritto e determinati i suoi costi e a chi sono a carico, è questione nazionale e costituzionale che riguarda l’eguaglianza dei cittadini italiani?
Oggi anche in virtù del colpo di mano lombardo, siamo in presenza della più totale disparità e indeterminatezza.
Perché ad una legislazione già confusa si sovrappone una interpretazione del federalismo e della modifica al titolo V della Costituzione che dà alle regioni poteri in materia di servizi idrici.
Ma se questa fosse la vera interpretazione, la legge Galli non avrebbe più alcun valore e nemmeno il Testo Unico degli enti locali, risulterebbe del tutto inutile il disegno di legge Lanzillotta, del tutto
impossibile per l’Italia formulare una posizione nazionale in seno alla UE e al Parlamento Europeo in merito ai servizi pubblici privatizzabili da sottoporre alla direttiva Bolkestein.
E d’altro canto tutte le altre leggi regionali sono state concepite nel rispetto della legge Galli e del Testo Unico, anche dopo la modifica del Titolo V della Costituzione. La stessa legge regionale lombarda ha dovuto inventarsi l’erogazione per by-passare le leggi nazionali.
La realtà è che siamo in presenza di una assurda e anarchica confusione legislativa e in materia di principi costituzionali, di leggi quadro nazionali, che dovrebbero orientare il nostro paese sulla
natura giuridica del servizio acqua. La natura economica e privata (cioè che “priva” di un diritto collettivo) o la natura pubblica e
garantita del diritto naturale ad un bene comune come l’acqua potabile, è questione di principio che riguarda l’intero territorio nazionale, pena la perdita di una identità nazionale, la possibilità del
nostro paese di esprimere posizioni politiche nelle sedi internazionali: della UE, della Banca Mondiale, in merito ai negoziati del WTO.

Conclusioni
L’escalation delle contraddizioni iniziate con la legge Galli sono ormai arrivate nel concreto delle scelte locali all’ingestibilità e si scontrano con la volontà espressa dal Governo attuale.
La legge della Lombardia rischia di far naufragare ogni certezza del diritto in tutto il paese. Alcune proposte per la discussione

Il problema del che fare.
Mettere ordine nelle scelte di principio sull’acqua, questo si pone ormai come esigenza improrogabile.
Per prima cosa ci chiediamo se non è il caso di rivedere il federalismo da apprendista stregone, del titolo V della Costituzione che sta creando non pochi disastri. Il presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti ha parlato di modifiche, lo prendiamo in parola e in particolare per quanto riguarda l’acqua e il servizio idrico.
Inoltre chiediamo a tutti gli eletti nelle istituzioni locali lombarde, in particolare a quelli della provincia di Milano, di non stare più in questo inspiegabile silenzio. Fatevi sentire, finora solo la Provincia di Lodi si è fatta sentire in maniera chiara.

Con questo Appello Vi chiediamo due impegni:
1) Vi chiediamo di aderire e di aiutarci a raccogliere le firme sulla proposta di legge d’iniziativa popolare sull’acqua, elaborata dal Forum dei Movimenti per l’Acqua ( www.acquabenecomune.org ).
2) Più nello specifico per la Lombardia, Vi chiediamo di aprire la discussione nei Vostri Consigli Comunali e Provinciali sulla possibilità di abrogazione della legge regionale lombarda n. 18/2006. In base allo Statuto regionale è sufficiente che a richiederlo siano 50
consigli comunali o 3 consigli provinciali.
Due impegni molto semplici, ma in linea con quanto detto e scritto dall’Unione.

Emilio Molinari (presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua)
Milano, ottobre 2006

Inviate le adesioni a: info@contrattoacqua.it , indicando nell’oggetto: APPELLO PER L’ACQUA PUBBLICA IN LOMBARDIA, specificando cognome, nome e carica ricoperta.


Questo numero



Dello stupro si dice – quando si viene a sapere – che non c’è da creare allarme. Oppure che è opera di persone diverse da noi. E poi si elencano le circostanze (che partono dai vestiti e dall’incauta provocazione della vittima) e infine si arriva al lunghissimo capitolo delle attenuanti: la bestialità della guerra, l’odio etnico, la cultura del branco...

Quando si parla di una donna stuprata, «circostanze e attenuanti» occupano il più grande scaffale nella biblioteca delle parole declamate dagli uomini maschi, dove si trova il disagio, la colpa, l’imbarazzo, ma anche la jattanza.

Dall’altra parte ci sono le voci prima sussurrate e oggi anche gridate che hanno portato a superare la vergogna, a sfidare, a imporre leggi e pene. Ma quando leggerete il mappamondo di quello che avviene oggi sulla Terra, troverete i numeri e le statistiche che non avreste mai immaginato.

***


Questo nostro numero speciale di Diario intitolato «Stupro» è stato ideato da Marina Morpurgo e Assunta Sarlo alla fine di agosto ( eravamo allora in uno dei periodici allarmi di «emergenza», città deserte e alieni tra di noi), con l’intento di raccontare, far conoscere quanto c’è sotto le ondate di parole. Ma anche di segnalare le buone intenzioni: una nuova legge che fa onore alla Spagna, per esempio, o quanto di riflessione profonda è già emerso e sta emergendo.

Accanto, troverete le storie, spesso tenute segrete oppure sepolte, molte volte tragedie collettive su cui però si è modellata la nostra vita moderna, dalla Berlino del 1945, alla Nanchino del 1937, alla nostra Ciociaria delle «marocchinate» nel 1944, all’Algeria di appena ieri, passando dalla Bosnia e dall’Iraq. Quelle storie in cui soldati o militanti cominciarono la violenza su una donna che era una donna e la continuarono contro quella stessa donna che era diventata un nemico, poi un simbolo, poi un fantasma e alla fine il nulla, o il vuoto. Fino alla biografia di una prigione, di un collare, di un cane e di una minuta soldatessa americana in tuta mimetica nella prigione irachena di Abu Ghraib, una storia che parte in un piccolo paese e giunge alle conclusioni più imprevedibili.

Nel corso del lavoro abbiamo ricevuto la visita di Ico Gasparri, un fotografo che ci ha portato un documento prezioso: la fotografia dei corpi pubblicitari delle donne sui muri di Milano, da 17 anni fa ad oggi. Le sue fotografie formano un racconto che scorre attraverso (quasi) tutte le pagine del giornale, un caso che farà riflettere su quanto di violento ci sia nei «creativi» che devono trovare l’argomento giusto per ottenere buoni risultati sul mercato: donne come oggetti da usare, oggetti disponibili, soggetti consenzienti che poi, come accade per i soldati in guerra, si trasformano in simboli e poi scivolano per il nulla e infine nel vuoto davanti al quale tutto è permesso. Accanto ci sono muri di case, automobili che passano, gente che torna a casa. Certe volte i maschi sono bombardati da grandi promesse, grandi come i bottini di guerra dei soldati.

Poi c’è la strana storia di quegli scimpazè che poco più di un milione di anni fa decisero di fare l’amore e non la guerra; l’accademica disputa dei barbogi della Cassazione che discettarono a lungo sulla lampo dei jeans e molte altre cose che stanno tra l’immaginario e la cronaca, nelle strade e nelle case, dove si nasconde la grossa parte della violenza, terrorismo domestico lo chiamano in Spagna. In questo numero parlano gli uomini (di buona volontà) e le donne, le storiche, le femministe, le soccorritrici, le artiste.

In ultimo: un secondo registro di immagini – volti e corpi di donne nella storia della pittura scelti da Andrea Jacchia – accompagna il nastro fotografico di Ico Gasparri. Al numero, che per la parte grafica è stato curato da Maurizio Garofalo e Olga Bachschmidt, ha lavorato l’intera redazione di Diario.

Enrico Deaglio

Diventa un Gulu Walker

In Nord Uganda, ogni notte,  per sfuggire ai reclutamenti forzati, migliaia di  bambini si allontanano dai villaggi verso i centri urbani.
Percorrono decine di chilometri guidati dai fratelli più grandi,con in mano una coperta per dormire nei cortili delle chiese o nelle stazioni degli autobus.

AMREF il 21 ottobre organizza a Roma la GULU WALK, una marcia per la pace in Nord Uganda.

Dalle ore 19.30 saremo al Pantheon insieme e Giobbe Covatta e Luca Zingaretti per dire BASTA alla violenza contro l'infanzia, al dramma degli sfollati e all'indifferenza internazionale verso una guerra che dura da ormai 20 anni.

Se non potrai essere con noi a Roma sei invitato a partecipare alla GULU WALK ONLINE. Sul nostro sito potrai iscriverti gratuitamente e diventare così un Gulu-walker.

I GULU WALKER sono già tanti : scopri chi sono, leggi i loro slogan e unisciti a loro!





Con Roberto Saviano



Lo scrittore minacciato dalla camorra per il suo libro-reportage "Gomorra"ora si trova sotto protezione
 
SOLIDARIETÀ PER ROBERTO SAVIANO

Credo sia davvero importante che in questo momento così delicato per la libertà di espressione, anche il mondo del teatro sia vicino a Roberto Saviano.
Vi chiedo come amico di Roberto, e sapendo quanto abbia bisogno di sentire, come scrittore ed essere umano, solidarietà per il momento di difficoltà che sta vivendo, di unire il vostro nome a questo appello e di farlo circolare il più possibile su internet.
Questo appello non è rivolto ad enti, uomini politico o simili, è per Roberto.
La solidarietà è per lui.

Roberto Saviano, autore di "Gomorra", ha avuto per molti il torto di lavare i panni sporchi in pubblico.
Di portare alla luce il fenomeno camorristico che in molti, intellettuali, politici e ovviamente criminali, avrebbero voluto passasse ancora una volta sotto silenzio.
Roberto ha aperto le finestre e si è messo a strillare contro chi ha ucciso ed uccide la sua terra, e non lo ha fatto solo scrivendo un libro, ma di prima persona, andando in piazza.
Non vogliamo che ci sia un altro Siani, un altro Impastato.
Vogliamo che Roberto abbia la possibilità di continuare a raccontare e a raccontarci, un problema che non riguarda solo noi campani, ma tutti gli uomini che vogliono dirsi onesti.

"Felice quel paese che non ha bisogno di eroi" diceva Brecht.

Prendiamoci la responsabilità di rendere questo paese Felice allora.

Aggiungi il tuo nome ed invia a

decimo_pianeta@libero.it


Mario Gelardi
Ivan Castiglione
Giuseppe Miale di Mauro

Visita www.sosteniamosaviano.net

Guarda Roberto Saviano: Il Sistema Camorra


Muhammad Yunus è premio Nobel per la Pace



Ha dato dignità e una speranza a milioni di poveri e con la sua Grameen Bank ha dato anche uno schiaffo alla Banca mondiale. Il premio Nobel per la pace del 2006 è Muhammad Yunus, bengalese, noto come "il banchiere dei poveri", perché ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito, come dice la motivazione dell'Accademia di Stoccolma, "di creare sviluppo economico e sociale dal basso". Il Nobel conferito oggi a Muhammad Yunus fa seguito a quello per l'economia assegnato nel 1998 all'indiano Amartya Sen: Sen aveva enucleato i principi teorici che sono alla base del microcredito di Yunus.

Yunus e i suoi collaboratori hanno cominciato battendo a piedi centinaia di villaggi del poverissimo Bangladesh, concedendo in prestito pochi dollari alle comunità, somme minime che servivano per avviare progetti imprenditoriali. Un'azione che ha avviato anche un circolo virtuoso, con ricadute sull'emancipazione femminile, poiché Yunus ha fatto leva sulle donne per creare cooperative e promuovere il coinvolgimento di ampi strati della popolazione.

Il professor Yunus è nato nel 1940 a Chittagong, il più importante centro economico del Bengala Orientale. Terzo di 14 figli, cinque dei quali morti ancora bambini, ha studiato nella sua città poi, dopo la Fulbright, ha conseguito il dottorato all'università Vanderbilt di Nashville, nel Tennessee. Nel 1972 è diventato capo del dipartimento economico dell'università di Chittagong. Nel 1983 ha fondato la banca Grameen e nel 1997 ha presieduto a Washington la prima conferenza mondiale sul microcredito. La sua storia personale e i fondamenti del sistema della Grameen Bank sono descritti nel libro "Il banchiere dei poveri" che gli è valso numerosi premi in tutto il mondo.

La Grameen Bank oggi ha 1.084 filiali e vi lavorano 12.500 persone. I clienti in 37mila villaggi sono 2 milioni e 100mila, per il 94 per cento donne. Il sistema non è in perdita: il 98 per cento dei prestiti viene restituito. Nel suoi libro Yunus rivolge critiche feroci al sistema della Banca Mondiale e dei sussidi ai paesi sottosviluppati e non tace dei tentativi fatti dall'organizzazione internazionale per inglobare la sua Grameen Bank, tentativi che l'economista bengalese ha sempre respinto decisamente.

Tuttavia il "sistema Yunus" ha provocato un cambiamento di mentalità anche all'interno della Banca Mondiale, che ha cominciato ad avviare progetti simili a quelli della Grameen. Il microcredito è diventato così uno degli strumenti di finanziamento usati in tutto il mondo per promuovere sviluppo economico e sociale, diffuso in oltre 100 nazioni in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all'Uganda. "In Bangladesh, dove non funziona nulla - ha detto una volta Yunus - il microcredito funziona come un orologio svizzero".

"Attraverso culture e civiltà, Yunus e la Grameen Bank hanno dimostrato che anche i più poveri fra i poveri possono lavorare per portare avanti il proprio sviluppo", si legge nelle motivazioni, scritte dalla giuria di cinque membri che ha assegnato il Premio Nobel per la Pace 2006 a Muhammad Yunus. "La pace duratura non può essere ottenuta a meno che larghe fasce della popolazione non trovino mezzi per uscire dalla povertà - continua la motivazione - il microcredito è uno di questi mezzi".

"Sono felicissimo, non posso credere che sia accaduto davvero. Voi sostenete il sogno di un mondo libero dalla poverta" è stato il commento a caldo fatto da Yunus ai microfoni di una radio norvegese. "Il Nobel è una grande cosa - ha continuato Yunus - per me e per la nazione, ma ci carica di nuove e maggiori responsabilità. Il Bangladesh deve sradicare la povertà dal paese e impegnarsi per combatterla ed eliminarla in tutto il mondo". L'economista bengalese, nonostante l'enorme successo ottenuto dal sistema da lui inventato, non ha mai smesso di lavorare dal basso, seguendo passo passo le attività dei suoi collaboratori e accettando gli inviti di organizzazioni in tutto il mondo per parlare e diffondere il microcredito.

Da Repubblica.it

Il sito della Grameen Bank

Il faccio la spesa giusta!



La settimana dal 14 al 22 ottobre sarà la settimana nazionale di incontro e di sensibilizzazione sui prodotti equosolidali promossa da Fairtrade TransFair Italia.

Tantissime le inziative in programma, trovate l'elenco completo e tutte le informazioni qui


Più fiaccolate per tutti

di Alessandro Robecchi

Urge una regolamentazione delle fiaccolate di protesta. Non che abbia niente contro la protesta, ci mancherebbe. E anche sulle fiaccole, niente da dire. Mi limito a osservare che spesso le fiaccolate contro gli atroci delitti degli immigrati vengono annullate in fretta e furia. Ad Anzola (Bologna) la fiaccolata contro il violentatore marocchino è stata repentinamente cancellata dal programma delle iniziative comunali. Dai tempi di Erika e Omar (spettacolare fiaccolata a Novi Ligure contro inesistenti mostri albanesi), la fiaccolata di protesta contro gli stranieri è un must nazionale, una griffe del made in Italy. A volte non si fa in tempo ad annullarla, e poi diventa difficile fare una fiaccolata di smentita. Prudenza suggerirebbe che prima di indire la fiaccolata contro l'immigrato di turno si facesse almeno lo sforzo di controllargli l'alibi. Potrebbe servire - se non per aumentare il garantismo - almeno per evitare figure di merda.
Certo, lo so come va il mondo. Ci serve un capro espiatorio, e lo straniero è perfetto: una bella fiaccolata di protesta contro gli stranieri stupratori (anche quando il porco è lo zio Pino), è sempre un bel vedere. E' innegabile che il sistema paga: alla fiaccolata contro lo straniero viene di certo il telegiornale. Funziona.
Suggerirei dunque alla società civile di agire con un certo cinismo e di adottare la fiaccolata contro gli stranieri come nuova forma di lotta. Faccio qualche esempio: fiaccolata di protesta contro i feroci stranieri albanesi che spiavano tutti dai vertici Telecom avvelenando la democrazia italiana (capirai!). Una bella fiaccolata di protesta contro quei marocchini che insanguinano Napoli con la loro guerra di camorra. Aggiungerei, per non dimenticare i reati sessuali, tutti quei politici o sottopolitici pakistani che raccomandavano signorine alla tivù in cambio di quattro salti sul divano. Lo vedete anche voi, può funzionare! Se vi trovate di fronte a un reato, a una porcata, a un'ingiustizia, fate così: indite subito una fiaccolata contro lo straniero. Funziona, fa audience e non vi manganella nessuno.
Naturalmente non voglio negare che anche gli stranieri commettano reati. In questo caso suggerirei una processione con doppia fiaccola: una contro lo straniero, e una per avere indovinato, una volta tanto.


da Il Manifesto

Un commento...

... sempre in relazione alle recenti polemiche sugli articoli apparsi sui media. E' un po' lungo, ma ne vale la pena

Ciao a tutti,
intervengo anch´io sul tema proposto su varie liste da Marco Penno, Mario Borbone, Alberto Zoratti, CTM-Altromercato, relativo a recenti articoli di denuncia contro il commercio equo usciti in Inghilterra e Italia. Per la cronaca, quello de La Stampa, probabilmente il piú letto in Piemonte, é stato "ricucinato" da almeno due versioni precedenti (Financial Times e Sole 24 Ore).

Era facile immaginare che, come é avvenuto in passato per episodi simili, per la gravitá e colpevole genericitá delle accuse, si agitassero le acque della polemica, e mailing list e siti Internet di settore fossero occupati da commenti e analisi sul tema.
Condivido il senso generale delle affermazioni critiche sugli articoli fatte da chi mi ha preceduto. Vorrei aggiungere qualche ulteriore commento, dall´alto (o dal basso...) dell´essere da 15 anni un addetto ai lavori e - per la dirla con gli slogan RAI - un abbonato con posto in prima fila, visto che mi occupo soprattutto di progetti, rapporti con i produttori, visite in loco e report relativi al rispetto dei criteri etici:
 
- gli articoli in questione, pur contenendo qua e lá singoli concetti critici dotati di un minimo di fondamento, sono a mio parere un esempio di spazzatura giornalistica e di tesi preconfezionate, indipendenti dai contenuti, titoli compresi. Quest´ultimi, di norma, non dipendono dai giornalisti, ma sono redazionali: che dire di un titolo come quello de La Stampa di domenica 10 settembre: "Caffé solidale? Invece é una truffa". Immagino l´effetto su qualche lettore distratto che spulcia la domenica i quotidiani scorrendo i titoli delle pagine che precedono la cronaca sportiva...
 
- gran parte delle affermazioni, molte categoriche, sono imprecise, o parziali, o manipolate, o un mix di tutte queste cose. La conseguenza peggiore peró é il tarlo della sfiducia e della malafede che insinuano nel lettore medio, quello cioé che ha  probabilmente un´idea approssimativa del commercio equo e dell´economia solidale e che costituisce la percentuale prevalente dei lettori dei quotidiani e dei consumatori
 
- per me come per la maggior parte degli addetti ai lavori delle centrali di importazione (meno per gli enti di certificazione, che ad una lettura accurata costituiscono il principale bersaglio degli articoli usciti, ma vallo a far capire alla famosa... casalinga di Voghera), non sarebbe difficile smontare o contestualizzare buona parte delle accuse, ma si tratterebbe di scendere in dettagli  organizzativi, spiegare come funziona il circuito, le modalitá di monitoraggio, verifica, relazione con i produttori, separare, soprattutto in Italia (meno nel nord Europa), la differenza tra centrali di importazione, botteghe del mondo, enti di certificazione solidale, per le procedure di analisi e selezione dei gruppi partner a monte e dei mercati di distribuzione a valle
 
- ció che peró temo sia assai piú difficile da smontare é il tarlo della (s)fiducia che simili articoli generano. "Calunniate, calunniate, qualcosa resterá", diceva il detto o, per dirla con una colorita espressione brasiliana: "si é gettata merda nel ventilatore". La nostra "casalinga di Voghera" come minimo si sará detta che qualcosa di vero ci dovrá pur essere e se giá covava qualche dubbio etico si troverá in futuro con una sorta di sfiducia latente verso questo circuito pronta ad entrare in azione al primo generico segnale negativo (dall´addetto di bottega antipatico o disinformato al prodotto caro o di non eccelsa qualitá). Il consumatore piú motivato e militante e chi lavora nel commercio equo ha di solito qualche anticorpo in piú ma vivrà probabilmente il duplice ruolo di chi potrebbe sospettare di far parte ingenuamente di un meccanismo a dir poco eticamente dubbio e/o di chi si troverà a difendere un "fortino" che conosce e controlla fino ad un certo punto da sospetti, sfottò o dubbi di clienti, parenti, amici
 
- entrando nel merito "tecnico" delle accuse principali contenute nell´articolo (anche se l´obiettivo del mio contributo non é prioritariamente questo ma quello di cogliere la palla al balzo per alcune considerazioni generali), si fa riferimento ad un progetto e ad una verifica giornalistica specifica, relativa ad un caffé del Perú che verrebbe distribuito come prodotto del fair trade grazie alla certificazione etica del marchio equo (ndr. oggi organizzato in via prevalente da un cartello di una ventina di organizzazioni di settore facenti capo a FLO, FairTrade Labelling Organization, la cui "sezione" italiana é Transfair Italia)
Tre sono le contestazioni principali:
1) i salari dei contadini produttori del caffé etico sarebbero addirittura piú bassi del minimo legale e di quanto pagato normalmente in loco
2) l´origine non controllata di una parte della produzione, spacciata e certificata come equa
3) l´azione anti-ecologica di produttori e certificatori che starebbero depredando aree protette e preservate.
Conosco un poco il Perú, non il progetto in questione, e quindi non posso opinare su pregi e difetti specifici. Ho peró conosciuto e visitato sul campo 200-250 progetti di commercio equo in tutto il sud del mondo, la maggior parte dei quali in America Latina, spaziando su tutti i settori merceologici oggetto delle attivitá del commercio equo.

Una personalissima valutazione generale di quanto vissuto in tanti anni di lavoro mi porta a sintetizzare le seguenti macro-tipologie di produttori:
1) alcuni di questi progetti (diciamo il 15-20%) li ritengo dei veri e propri gioielli etici, in qualche caso quasi dei miracoli di democrazia concreta, sobri ed efficaci, laboratori di economia dal basso, di quell´altro mondo possibile tanto anelato e poco sperimentato concretamente
2) altri (la maggioranza, almeno il 50%) sono dei progetti "medi", che senza proporsi di cambiare il mondo o la vita dei produttori e senza caratterizzarsi come strutture alternative accettando di fatto il mercato globalizzato e le sue leggi, svolgono dignitosamente e onestamente il loro compito di supporto agli agricoltori ed artigiani di base, quasi sempre sotto forma di associazioni o cooperative. Ció significa rispettare leggi e culture locali, in qualche caso questo vuol dire accettare disparitá di salari, diritti e conoscenze tra la base e il vertice delle strutture, criteri "normali" nel sud e tollerati nel nord
3) la terza categoria raggruppa i progetti che non mi convincono, per impostazione, gestione, obiettivi, gerarchie, impostazione commerciale, pur senza presentare palesi violazioni di diritti umani, sindacali, ambientali (una minoranza per ora, non oltre il 15-20%, ma il dato piú preoccupante é che tendono ad aumentare esponenzialmente emarginando dal mercato equo i piccoli gruppi, quelli al cui servizio era nato il fair trade e che vengono sbandierati ancora oggi in qualunque volantino o brochure pubblicitaria)
4) esiste una quarta categoria di progetti, la minore (sotto il 10%), che per uno o piú gravi motivi non rispettano più i criteri etici fondanti del commercio equo. Una buona parte di questi partner sono conosciuti nel circuito, parecchi sono stati esclusi dalle liste dei fornitori in corso d´opera, mentre qualcuno continua a vendere ed esportare "griffato" fair trade
 
- tornando agli articoli citati, l´esperienza di campo mi porta a concludere che la prima (salari piú bassi) e la terza accusa (non rispetto dell´ambiente) sono nella migliore delle ipotesi (o, peggiore, visto il tema) un fenomeno isolato. Raramente ho riscontrato questo tipo di problemi in oltre 15 anni di visite e viaggi.  Se é un po´ ingenuo sperare che qualche container di prodotti esportato a prezzi e condizioni leggermente piú dignitose possano cambiare in modo sensibile la vita di milioni di contadini ed artigiani del sud del mondo e che il deterioramento dell´ambiente possa essere stoppato solo dall´operato virtuoso del circuito del commercio equo e solidale, ritengo che nella stragrande maggioranza dei casi (e a supporto esistono diversi studi di impatto effettuati da enti indipendenti pubblici e privati) le condizioni economiche, sociali, ecologiche praticate tramite i canali del fair trade siano piú favorevoli per i produttori di base e per l´ambiente che li circonda. Per qualche progetto le differenze rispetto alle condizioni del mercato, locale o internazionale, sono simili o leggermente migliori, per altri la differenza in positivo é significativa o determinante, anche e soprattutto per alcuni fondamentali servizi e clausule integranti i principi e i contratti commerciali (quando vengono rispettati, fattore meno scontato di quanto si creda): prefinanziamento senza interessi del 50% del valore dell´ordine, servizi sociali aggiuntivi in favore delle comunitá, contratti a medio-lungo termine, negoziazione equa delle condizioni, intercambio di esperienze e culture, trasparenza commerciale, visite reciproche di conoscenza
 
- qualche spunto accettabile di autocritica si puó invece riscontrare, a mio parere, sul secondo punto dolens degli articoli citati, vale a dire la provenienza incerta e non verificata di parte della merce. Anche in questo caso la questione andrebbe come minimo contestualizzata e prima di esprimere giudizi tranchant su tutto il circuito sarebbe doveroso documentarsi, cosa peraltro estremamente complessa e onerosa anche per gli addetti ai lavori, visto che i volumi e le partnership del commercio equo internazionale raggiungono oggi numeri e geografie veramente globali, coinvolgendo quasi 60 paesi del sud del mondo e centinaia di tipologie di prodotti. Ritengo corretto riconoscere peró che negli ultimi anni, prioritariamente nel settore della certificazione equa (che, almeno in Italia, si rivolge como sbocco di mercato principale alla grande distribuzione, con volumi maggiori e attenzione alla partnership minore) non sono pochi i casi di progetti/prodotti equi che moltiplicano ogni anno volumi e fatturati. Si tratta di una sorta di "doping etico" che a volte diventa incontrollabile in tutta la filiera, al sud come al nord, per soddisfare una domanda sempre maggiore e canali di distribuzione i cui veri obiettivi prestano il fianco a piú di un dubbio
 
- non sempre i produttori sono in grado di rispondere, in quantitá, qualitá e competitivitá, alla domanda crescente degli importatori del nord ed io stesso ho in qualche caso riscontrato nelle visite ai gruppi che l´origine di parte della merce non era in pratica controllabile, cosí come il possibile subappalto a lavoratori occasionali malpagati di eventuali carichi di lavoro imprevisti. Non va taciuto inoltre il fatto che chi professionalmente dovrebbe preoccuparsi del monitoraggio di questa parte della filiera abbia, come nel caso degli enti di certificazione, un evidente interesse commerciale a far crescere il circuito in quanto ricava dalle royalties che riscuote dai clienti del nord le risorse per svolgere la propria attivitá, fattore che suggerirebbe di alzare il tasso di attenzione etica nel circuito (chi controlla il controllore?). Si aggiunga anche una certa approssimazione e breve durata media delle visite in loco e la stigmatizzabile limitata disponibilitá di fondi e risorse per la attivitá di monitoraggio e relazione diretta con i produttori che nel circuito quasi tutti lamentano, per poter raccogliere la provocazione su questo punto lanciata dai media, anche se in modo cosí scorretto  e disinformato. Il giorno in cui fossero effettuate inchieste in loco piú professionali di quanto appena pubblicato dai media citati, leggeremmo articoli meno ricchi di subdole insinuazioni al vetriolo ma ben piú documentati e diretti a denunciare i veri punti deboli - eticamente parlando - del sistema
 
- riporto a questo proposito un paragrafo dell´articolo de La Stampa, l´unico che possa essere a mio avviso accolto come critica costruttiva, stendendo un velo pietoso sull´ultima frase, che bolla come stupidi, cioé utili idioti, consumatori e addetti ai lavori:
"C'è chi poi invoca la perversione insita nelle leggi di mercato: all'inizio, quando davvero erano prodotti di nicchia, il meccanismo funzionava. Da quando tutti vogliono il «caffè etico» il sistema è impazzito e per soddisfare la domanda si fa di tutto. Compreso il vecchio trucco di far passare per «etico» caffè qualsiasi comprato chissà dove da chissà chi. Resta il fatto che, fra tanta etica, alla fine qualcuno si trova a pagare più del dovuto qualcosa che non è quello che dovrebbe essere..."
 
- molte altre sono le considerazioni che si potrebbero fare sul gioco scorretto di certa stampa o sulle contraddizioni del fair trade "moderno": dal confondere il commercio etico con quello equo (legato in Italia al circuito di botteghe del mondo e importatori tradizionali), al porre in un unico calderone certificazione, importazione, distribuzione, al dibattito interno, antico come il fair trade, su quale debba essere l´unitá di misura "giusta" del prezzo equo (sul quale non c´é consenso o uniformitá di vedute, per capirlo basti guardare il mondo da nord o da sud), sulla mission prioritaria, ovvero se vendere sempre di piú, senza fare tante storie o filosofeggiare (come sostengono alcuni, anche nel sud del mondo: chi viaggiando non ha sentito qualche dirigente di cooperativa di produttori chiedere "more orders", "más pedidos"?), o piuttosto preoccuparsi di sperimentare innanzitutto un modello economico diverso, sull´impatto reale nelle comunitá dei produttori dei benefici del fair trade a distanza di anni, sui rischi legati all´inquinamento dei contenuti con il prosperare dei fatturati
 
- sono tutti temi importanti, cruciali per il senso di un circuito oggi "trendy" e di moda. Le risposte non sono facili, sia per l´oggettiva difficoltá di cambiare l´economia accettandone alcune regole standoci dentro, sia per l´effettivo rischio di derive etiche. A mio parere, e concludendo, per non appesantire ulteriormente questo contributo, tre sono i principali rischi che sta correndo il commercio equo internazionale, tre come le critiche degli articoli citati, ma in questo caso ben piú pericolosi:
1) la tendenza ad emarginare e fare progressivamente scomparire commercialmente i produttori piú piccoli e "sfigati", i quali non sono competitivi non solo sul mercato tradizionale ma nemmeno piú in quello equo, schiacciati dai loro stessi concorrenti del sud del mondo, piú preparati, che producono a costi piú bassi, piú scaltri e avvezzi al marketing etico, piú adatti a servire meglio richieste e ordini sempre piú rivolti alla domanda del mercato degli importatori del nord
2) l´affievolirsi o annacquarsi del contenuto e del lavoro politico e culturale che ha costituito uno dei pilastri fondanti del fair trade. Alcune cause? Il mercato e le sue necessitá di competitivitá che impongono di tagliare sui rami "improduttivi", il crescere dei fatturati e delle condizioni commerciali legate alle vendite nella grande distribuzione, il cronico sottodimensionamento delle strutture del settore, che vivono (sopravvivono?) spesso grazie ai salti mortali di operatori e volontari a cui non si puó chiedere di fare anche cultura equa di notte dopo aver fatto l´impossibile per tenere in piedi la bottega di giorno, l´emergere di una classe dirigente di "manager equi" spesso intrisi piú di cultura aziendalista ortodossa piuttosto che di strategie e creativitá per realizzare modelli sostenibili di economia solidale
3) la confusione, per non dire inquinamento, generato dall´ingresso recente di diverse multinazionali (alcune citate anche negli articoli incriminati, altre - per stavolta e per nostra fortuna...- ignorate, come Nestlé, Dole, Chiquita, Wal Mart). E´ un problema in discussione all´interno del circuito che pone interrogativi ben piú seri delle velenose ma superficiali frasi contenute nelle inchieste giornalistiche. Quando, per citare l´esempio piú macroscopico e conosciuto, la multinazionale piú boicottata al mondo riesce a proporsi almeno in un paese europeo come soggetto di commercio equo perché in una montagna del Guatemala tutela- a prova di monitoraggio etico - un gruppetto di campesinos produttori di caffé mentre contemporaneamente in altri contesti distrugge cultura e vita di milioni di donne e bambini con latte in polvere e derivati, significa che qualcosa sta cambiando nel fair trade o che é necessario riscrivere alcune regole, specie oggi che Parlamenti ed enti pubblici cominciano a promulgare leggi specifiche e richiedono standard e regole chiare e verificabili
 
        Buon caffé (peruviano) a tutti...
 
Gigi Eusebi